INFORTUNI SUL LAVORO
NECESSARIO UN INTERVENTO COMPLESSIVO E UN CAMBIO DI MENTALITÁ

Ancora una volta ci troviamo in questi giorni a commentare un infortunio mortale occorso durante la prestazione lavorativa in un cantiere edile a Genova e divrsi infortuni dalle cronache nazionali.

Ancora una volta una vita persa! Non deve essere però un’occasione persa per stimolare un intervento serio e complessivo al fine di ridurre gli infortuni sui luoghi di lavoro.

In più di trent’anni di vita del D. Lgs. 81/2008 i dati sugli infortuni non sono per nulla confortanti.

Nel 2008 le denunce all’INAIL di infortuni sul lavoro erano poco meno di 875.000 di cui 1120 mortali. Nel 2020 le denunce sono state poco più di 571.000 di cui 1538 mortali!!

Gli infortuni sono ancora moltissimi e, stando ai numeri, si muore al lavoro più di quanto non avveniva trent’anni fa’.

Tale situazione è inaccettabile sia dal punto di vista etico che sociale e, anche considerando l’opportunità data dal Recovery Fund, necessità di un necessario intervento complessivo collegato ad un cambio di mentalità nelle persone che fanno impresa e anche nei lavoratori.

Senza dimenticare che un numero alto di infortuni ha un costo elevato per la comunità in termini economici (Il tema è stato affrontato dall’Agenzia Europea per la sicurezza Eu-osha che in uno studio di ricerca pubblicato nel 2019 “The value of occupational safety and health and the societal costs of work-related injuries and diseases” ha stimato che mediamente un evento infortunio o malattia professionale in Italia ha un costo di circa 55.000€).

É inaccettabile che nel PNRR al sistema di prevenzione degli infortuni in ambito lavorativo non sia dedicata nemmeno una riga (considerando anche che lo stesso documento parla del Piano come di un’occasione «anche per recuperare i ritardi storici che penalizzano storicamente il Paese»), neanche nella Mission riguardante la Salute.

Riteniamo indispensabile che l’attenzione sul problema sia quotidiana, anche con occasioni di confronto tra tutte le componenti.

Riteniamo che possono essere interventi utili ed indispensabili alla soluzione del problema:

1) Incrementare gli interventi ispettivi e di controllo che devono essere ciclici e programmati e non possono avvenire solo su segnalazione dei lavoratori o in occasione degli infortuni (è necessario incrementare il personale addetto al servizio Ispettivo sia dell’ITL che di ASL da anni sottodimensionato);

2) Razionalizzare il sistema della vigilanza sul lavoro, attualmente frammentato con competenze che si sovrappongono tra vari organi (ITL, INAIL, ASL) ed istituire un Sistema unico di governance dell’attività stessa; istituire, almeno a livello regionale, una banca dati comune delle aziende ispezionate;

3) Promuovere strumenti e campagne di sensibilizzazione e responsabilizzazione dei lavoratori, coinvolgendo ad esempio le Organizzazioni Sindacali (spesso sono gli stessi prestatori di lavoro che sottovalutano i pericoli di certi comportamenti);

4)  Privilegiare gli strumenti formativi pratici a quelli teorici (i corsi formativi obbligatori, nella parte specifica per essere efficaci devono essere effettuati effettivamente nell’ambiente di lavoro per mostrare concretamente rischi e comportamenti corretti);

5) Prevedere per gli interventi (di acquisto beni o tecnici) effettuati dalle aziende che abbiano quale scopo la prevenzione effettiva degli infortuni nei luoghi di lavoro, un regime di detraibilità specifico ed incentivante (150% ad esempio);

6) Prevedere un sistema premiale per le aziende che, in occasione delle visite periodiche di cui al punto 1), siano risultate prive di rilievi in materia di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro (ad esempio prevedendo una riduzione del tasso aziendale sulla base del quale viene annualmente calcolato il premio INAIL);

7)  Nel settore edile per i cantieri di una certa dimensione subordinare la loro operatività ad una verifica preventiva del rispetto delle norme antinfortunistiche e della presenza dei dispositivi di protezione individuale in cantiere;

8) Prevedere un percorso formativo e informativo obbligatorio anche per i titolari delle attività produttive;

9) Promuovere e rilanciare  il Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro previsto dall’art. 5 del D. Lgs. n. 81/2008, che, di fatto, non ha mai funzionato;

10) A livello regionale implementare l’attività del COMITATO REGIONALE DI COORDINAMENTO in materia di sicurezza sul lavoro di cui all’art. 7 del D. Lgs. n. 81/2008, garantendo la continuità nella attività e nelle riunioni (Il Comitato è presieduto e convocato dal Presidente della Regione e dovrebbe riunirsi almeno 4 volte all’anno. Nella nostra Regione non si riunisce da 2 anni!).

11) Istituire una Procura Nazionale per la sicurezza sul lavoro, con magistrati specializzati, analogamente a quanto è avvenuto per la lotta contro la mafia.

Un ambiente di lavoro sicuro si può ottenere solo se tutte le componenti coinvolte collaborano ciascuno per il proprio ruolo e iniziano a pensare alla sicurezza come un valore e un prerequisito dell’attività lavorativa.

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